L’estate veste Moncalvo di nuovi colori. La patria di Guglielmo e Orsola Caccia percorre un nuovo tratto di strada nel proporre il suo profilo di piccola città d’arte fra le più interessanti del nord Italia. La conferma è arrivata a fine giugno. Una ventina di ritratti dedicati a Moncalvo, al Monferrato e alla sua gente, sono stati posizionati lungo le strade e le piazze, in una successione sfavillante di immagini che raccontano scene di vita, volti di persone, storie di chiese ed edifici, giochi di ragazzi. Un museo della memoria a cielo aperto, visitabile tutto l’anno e anche in futuro.

Il titolo è “Vedute di Mario Pavese”, il pittore (1923 – 2013) che ha dato volto e cuore al mondo contadino di ieri. I quadri a tempera sono in esposizione sia su sagome di cavalletti fissati al suolo che ricordano quelli usati dai pittori, sia affissi ai muri di ambienti diversi. Essi accompagnano i visitatori lungo la città, in un percorso in cui le tempere dell’artista sono posizionate davanti ai luoghi che rappresentano.
Un esempio. Chi guarda, ha davanti agli occhi la piazza com’è oggi ma, posando lo sguardo sui quadri di Pavese, scopre com’era in un passato lontano, nella prima metà del Novecento quando i colori e le forme di certe componenti urbane erano diversi e, soprattutto, radicalmente diverso era il vivere quotidiano. E’ questa l’originalità e il valore aggiunto della mostra. Oggi si cammina sulla piazza asfaltata, le auto parcheggiate nei posteggi, bar e tavolini, motociclette, lampioni, immancabili telefonini in mano alle persone. Sotto i portici il passeggio estivo rivela abiti casual, tintarelle e tatuaggi vistosi.

In passato, dal dopoguerra in avanti, la piazza aveva tutt’altro aspetto. Si camminava, correva, ballava, si giocava al pallone sullo sterrato che sostituiva l’asfalto. I quadri di Pavese raccontano la piazza e la gente di allora. Le mode erano semplici, i corpi meno esibiti, l’educazione severa, i tempi del divertimento meno assillanti. La piazza era il luogo di ritrovo che diventava la pista obbligata per il tempo libero: i grandi giocavano a bocce, gli anziani facevano il tifo, poco lontano i ragazzi inginocchiati a terra, li trovavi concentrati nel gioco delle biglie.
Nel quadro invernale affisso in via Carlo Ferraris, a lato dell’arco che introduce il visitatore nell’ultimo tratto di strada del rione Rinchiuso, vediamo che la neve scende copiosa. Il titolo è Fioca e mantlina, neve e mantello.Un uomo anziano, la cui figura ricorda un’epoca lontana, cammina lentamente, un po’ curvo, infagottato nella mantlina nera e pesante. Nevica, la gente è chiusa in casa al tepore della stufa. Oggi, a differenza del passato, nella stessa via Carlo Ferraris, la maggior parte di quelle case abitate dalle famiglie sono chiuse. Sprangate. Vuote. La gente non c’è più.

Ai tempi dell’uomo anziano, quando fioccava i ragazzi si tenevano pronti davanti alla finestra. Quando la fioca cessava, scoppiava il fragore. Bande indiavolate si riversavano sulla strada per dare battaglia. Bombe a mano di neve. In un attimo erano corse, scontri, cadute, schiamazzi, assalti, il Rinchiuso impazzito. Attenti ai vetri! Oggi? Poco da dire. Da qualche anno, a percorrere via Carlo Ferraris si incontrano rari passanti.
Il progetto e la guida
Che cosa succede a Moncalvo? Ha un significato questo sorprendente impulso alla presenza dell’arte lungo le vie della città? La risposta più chiara e attendibile è a disposizione sotto i portici di piazza Carlo Alberto. Qui il 2 giugno il sindaco Diego Musumeci, ha inaugurato il murale della monferrinità che si intitola “aMoncalvo” ideato e disegnato da Mario Pavese, elaborato e progettato dai figli Elvira e Roberto, eseguito su parete dal moncalvese Luca Mancini, artista di fama internazionale, Premio Guglielmo e Orsola Caccia 2022 come “ambasciatore del Moncalvo nel mondo”. A sinistra del murale si trova la tavola sinottica che raccoglie e spiega la storia di questo progetto. Il punto di partenza che è alla base di tutto è il progetto Monferrando, fortemente voluto dall’amministrazione del sindaco Cristian Orecchia, con il quale i Comuni di Moncalvo, Ponzano e Penango hanno partecipato e vinto nel 2022 il Bando Borghi PNRR finanziato dall’Unione Europea.
Il progetto prevede 17 linee di intervento per la “rigenerazione urbana e dei territori”, ossia per la valorizzazione delle nostre tre realtà locali. Fra le linee di intervento Elvira e Roberto hanno progettato il “Polo museale diffuso sui sentieri di Guglielmo Caccia” che comprende il murale, le Vedute e gli itinerari.
Si tratta di una rete di percorsi che utilizzano strade locali, asfaltate e sterrate presenti nel territorio dei comuni di Moncalvo, Ponzano e Penango, alla scoperta dei borghi e delle chiese dove ancora si conservano i dipinti di Guglielmo e Orsola Caccia.
Le luci e i significati
L’alba è vicina, la tinta scura della notte impallidisce. Il cercatore di tartufi regge in mano la lanterna. Il cane lo precede, fa da guida per rintracciare il tesoro. Scoperta sempre nuova. Il silenzio liberatorio di inizio giornata, la salutare complicità fra l’uomo e l’animale. Il quadro, collocato agli inizi di corso Regina Elena, poco lontano dalla tartufaia didattica, ha come titolo “Trifolao”.
Prima impressione. Va guardato senza fretta. Ognuno con la sua sensibilità. Chi getta una semplice occhiata, pochi secondi e poi tira diritto: “tutto qui?”. Chi guarda meglio e lascia spazio all’impressione che colori e sfumature del dipinto possano cambiare a seconda della luce che caratterizza i vari momenti della giornata. E’ così? Allora torna a guardare il quadro qualche ora dopo o l’indomani. Il sole a picco delle ore calde. Le tenui sfumature della sera. I bagliori dell’estate, il grigiore delle nebbie autunnali. E poi la campagna. Le tue radici. Quello che sei. La tua gente. Ti sei mai accorto che puoi anche vivere un’avvincente avventura artistica dentro di te?
Viene in mente l’ultima intervista che il cantautore Gianmaria Testa, eccellente poeta e musicista di origine piemontese, rilasciò a un quotidiano nel maggio 2015, poco prima dell’immatura scomparsa per malattia. Spiegò che aveva smesso di viaggiare perché le numerose trasferte per i concerti organizzati all’estero avevano reso più forte il suo legame con le radici.
“….Viaggiare non mi manca. Tutto è già qui, l’ho scoperto tardi. A Madonna del Pilone (Cuneo ndr.) dove sono nato, a Castiglione Falletto dove ho abitato per tanto tempo, guardavo i miei posti ma non li vedevo. Girare mi ha fatto capire che dove sto, c’è già praticamente tutto. L’umanità è la stessa, la terra è la stessa. L’anima delle cose è dove già sei. Ho capito di avere un rapporto molto forte con le mie radici”.
Mauro Anselmo